Il calore nascosto dei Data Center

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Un megawatt assorbito in modo costante da un Data Center genera, nell’arco di un anno, circa 8,8 milioni di kilowattora termici. Da questo numero siamo partiti per capire con gli ingegneri Danilo e Stefano Sofia, di Sofia Engineering, cosa significhi davvero “recuperare il calore” di un Data Center: quanto è concreto, quanto costa e per chi ha senso.

Partiamo dalle basi: cosa significa “recuperare il calore” di un Data Center e di quanta energia stiamo parlando?

Un Data Center assorbe energia elettrica per far funzionare server e apparecchiature informatiche. Quasi tutta questa energia si trasforma in calore, che deve essere allontanato per mantenere le apparecchiature nelle corrette condizioni operative. Recuperarlo significa intercettarlo e renderlo disponibile per un altro utilizzo. Per dare un ordine di grandezza, server che assorbono complessivamente 1 megawatt in modo costante generano circa 8,8 milioni di kilowattora termici in un anno. È un esempio teorico: la quota effettivamente recuperabile e utilizzabile dipende dall’impianto e dalla domanda di calore. La prima distinzione che facciamo come progettisti è proprio questa: il calore prodotto non coincide automaticamente con il calore che possiamo valorizzare.

Oggi, di norma, che fine fa quel calore? E a cosa potrebbe servire, invece, dentro o fuori dall’edificio?

Negli impianti senza recupero viene ceduto all’ambiente esterno attraverso i sistemi di raffreddamento. È una necessità per il funzionamento dei server, ma rappresenta anche una possibile risorsa. Il calore recuperato può contribuire al riscaldamento degli uffici, al preriscaldamento dell’acqua sanitaria oppure alimentare utenze vicine, come piscine, edifici residenziali o processi produttivi compatibili con le temperature disponibili. Su scala urbana può essere immesso in una rete di teleriscaldamento. La questione decisiva è la contemporaneità: un Data Center può produrre calore tutto l’anno, mentre un edificio richiede riscaldamento soprattutto in inverno. Per questo cerchiamo prima di tutto utilizzatori con un fabbisogno sufficientemente continuo.

È già una soluzione applicata, con casi concreti in Italia o in Europa, o siamo ancora alla teoria?

È già una soluzione concreta. A Odense, in Danimarca, il calore del Data Center di Meta viene recuperato e trasferito alla rete di teleriscaldamento, utilizzando pompe di calore per portarlo alla temperatura necessaria (fonte: Ramboll, progettista dell’impianto). Anche in Italia esistono applicazioni: a Brescia, A2A ha inaugurato nel giugno 2025 un Data Center con tecnologia Qarnot presso la centrale Lamarmora. Il raffreddamento a liquido consente di recuperare calore fino a 65 °C e di utilizzarlo nella rete di teleriscaldamento (fonte: A2A). Questi esempi dimostrano che la tecnologia funziona. La possibilità di replicarla dipende però dalle condizioni locali: disponibilità di una rete, vicinanza delle utenze e compatibilità fra produzione e richiesta di calore.

Il calore di un Data Center è a bassa temperatura: basta così com’è o serve “innalzarlo” con tecnologie come le pompe di calore? E quanto conta avere vicino qualcuno che quel calore lo utilizza?

Dipende da come vengono raffreddati i server e dalla temperatura richiesta dall’utilizzatore. Non tutti i Data Center rendono disponibile calore nelle stesse condizioni. Se la temperatura è sufficiente per l’impiego previsto, il recupero può avvenire attraverso uno scambiatore. Altrimenti una pompa di calore può innalzarla, consumando energia elettrica: questo consumo deve entrare nel bilancio del progetto. Nel caso di Odense, per esempio, le pompe di calore portano l’acqua a circa 70–75 °C per alimentare la rete urbana (fonte: Ramboll). La vicinanza dell’utilizzatore pesa molto, perché realizzare tubazioni significa sostenere costi, gestire dispersioni e consumare energia per il pompaggio. Ma la distanza, da sola, non basta: serve qualcuno che abbia effettivamente bisogno di quel calore nelle ore in cui è disponibile.

Aggiungere il recupero del calore complica il funzionamento del Data Center? Può penalizzarne il raffreddamento o l’affidabilità?

Aggiunge componenti e logiche di controllo, quindi richiede una progettazione attenta. Per noi il principio è chiaro: il raffreddamento dei server deve rimanere garantito anche quando nessuno utilizza il calore recuperato. Se l’utenza esterna si ferma o il sistema di recupero va in manutenzione, il Data Center deve poter continuare a smaltire il calore attraverso i sistemi previsti per questa condizione. Servono quindi una corretta separazione dei circuiti, ridondanze adeguate e automatismi verificati anche durante il collaudo. Il recupero può integrarsi efficacemente nel raffreddamento, ma non deve imporre temperature o condizioni operative che penalizzino i server. L’affidabilità resta il requisito di partenza.

Per un’azienda, quanto pesa in più questo investimento, in quanto tempo si ripaga e quali benefici misurabili porta su bolletta ed emissioni?

Non sarebbe serio indicare una percentuale di extracosto o un tempo di ritorno validi per tutti. Un recupero destinato a un’utenza nello stesso edificio ha costi molto diversi da un collegamento a una rete distante, con pompe di calore e nuove infrastrutture. Come Studio Sofia partiamo dal confronto tra investimento aggiuntivo e beneficio annuo netto: valore del calore effettivamente utilizzato, eventuali effetti sui consumi di raffreddamento, elettricità necessaria al recupero e costi di manutenzione. Se il calore viene ceduto a un altro soggetto, contano anche gli accordi economici e la loro durata. I risultati vanno misurati in energia termica utile consegnata, consumi evitati, risparmio economico netto ed emissioni evitate rispetto al sistema sostituito. Anche queste ultime devono tenere conto dell’energia consumata dalle nuove apparecchiature. La convenienza si dimostra sul calore realmente utilizzato durante l’anno, non sulla sola potenza massima recuperabile.

Si può aggiungere a un Data Center esistente o va previsto fin dal progetto? E ha senso solo per i grandi impianti o anche per la sala server di una media impresa?

Si può valutare anche su un Data Center esistente. Occorre verificare il sistema di raffreddamento, le temperature disponibili, gli spazi, i percorsi delle tubazioni e la possibilità di intervenire mantenendo la continuità del servizio. Prevederlo fin dal progetto offre però un vantaggio importante: permette di coordinare posizione delle apparecchiature, circuiti e utenze da servire. Anche quando il recupero non viene realizzato subito, predisporre gli spazi e i collegamenti può facilitarne l’introduzione futura. Non riguarda soltanto i grandi impianti. Anche una sala server aziendale può offrire un’opportunità, soprattutto quando esiste un fabbisogno vicino e compatibile. Su piccola scala, però, la semplicità della soluzione diventa ancora più importante per la convenienza. Il nostro approccio è partire dai fabbisogni reali dell’edificio e dell’attività: capire dove quel calore può essere utile e progettare il recupero nella misura in cui porta un beneficio verificabile.

 

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