Quando si parla di trasformazione digitale, l’attenzione va quasi sempre a server, software e infrastrutture IT di ultima generazione. Ma c’è un elemento che spesso resta sullo sfondo, silenzioso eppure decisivo: il locale che ospita tutta questa tecnologia. Un Data Center progettato male può vanificare anni di investimenti, trasformando hardware costosissimo in un rischio quotidiano fatto di surriscaldamenti, blackout e fermi attività. Ne abbiamo parlato con il team di Sofia Engineering:
Molte aziende investono in server e infrastrutture IT. Quanto è importante progettare correttamente il locale che li ospita?
È importantissimo, e spesso è la parte che viene sottovalutata. Un’azienda spende cifre importanti in server, storage, switch di ultima generazione, e poi li mette in uno stanzino ricavato da un magazzino, magari senza nemmeno un progetto termico serio alle spalle. È un po’ come comprare un’auto da corsa e non curarsi delle gomme: la potenza c’è, ma il sistema nel suo insieme non regge. Il locale CED è parte integrante dell’infrastruttura IT tanto quanto l’hardware.
Quali sono i principali rischi che corre un’azienda con un Data Center progettato male?
Il rischio principale è il fermo attività, che in termini pratici significa perdita di dati, di produttività, e spesso anche di reputazione verso i clienti. Poi ci sono rischi più subdoli: il surriscaldamento che accorcia la vita dei server, gli impianti elettrici non ridondati che al primo guasto ti lasciano fermo per ore. E in casi peggiori, incendi o allagamenti che possono compromettere tutto l’apparato in un colpo solo.
Quanto può incidere un impianto di raffreddamento inefficiente sui costi aziendali?
Tantissimo, e in modo continuativo. Il raffreddamento in un Data Center gira 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Se l’impianto è dimensionato male o gestito in modo grossolano, si può arrivare a spendere il doppio di energia rispetto a una soluzione ben progettata. Su un orizzonte di dieci anni, la differenza si misura in decine se non centinaia di migliaia di euro, a seconda della dimensione del CED.
Molti pensano che basti installare un condizionatore potente. Perché non è così?
Un condizionatore potente messo a caso può creare zone calde e zone fredde nella stessa sala, con i server che vanno in allarme mentre due metri più in là si spreca energia per raffreddare aria che nessuno usa. Serve un progetto che tenga conto del flusso dell’aria, della disposizione dei rack, della separazione tra corridoio caldo e corridoio freddo. Senza questo, anche l’unità più potente lavora male e consuma più del necessario.
In caso di incendio, perché un impianto tradizionale può essere un problema per un Data Center?
Perché un impianto antincendio ad acqua, pensato per un ufficio o un magazzino, in un CED può fare più danni dell’incendio stesso. L’acqua e l’elettronica non vanno d’accordo, e attivare gli sprinkler su un incendio circoscritto può distruggere server che magari si sarebbero potuti salvare. Per questo nei Data Center si progettano sistemi di spegnimento a gas inerte o ad agenti puliti, che spengono l’incendio per soffocamento o raffreddamento chimico senza lasciare residui e senza bagnare nulla.
Come si progetta un Data Center che continui a funzionare anche in caso di guasti o manutenzioni?
Qui entra in gioco il concetto di ridondanza. In pratica si progettano più percorsi indipendenti per l’energia, il raffreddamento, la connettività, in modo che se un componente si guasta o va in manutenzione, un altro prenda il suo posto senza che il servizio si interrompa. È lo stesso principio degli aerei con due motori: uno basta a volare, ma nessuno vola con uno.
Oggi si parla molto di sostenibilità. Un Data Center può essere anche efficiente dal punto di vista energetico?
Assolutamente sì, e oggi è quasi un obbligo pensarci fin dalla progettazione. Si può sfruttare l’aria esterna quando le temperature lo permettono invece di far lavorare sempre i compressori. Si può recuperare il calore prodotto dai server per altri usi nell’edificio. E si progettano impianti elettrici e di raffreddamento dimensionati sul carico reale, non sovrastimati “per sicurezza”, che è spesso la causa principale di sprechi energetici.
Quali segnali dovrebbero far capire a un’azienda che è arrivato il momento di riqualificare il proprio CED?
Il primo campanello d’allarme è quando la sala inizia ad avere problemi termici ricorrenti, con allarmi di temperatura sempre più frequenti. Poi c’è la crescita stessa dell’azienda: quando il CED è stato pensato per un’infrastruttura più piccola e oggi si trova a gestire il doppio o il triplo dei server, senza che il progetto originale lo prevedesse.
Se un imprenditore vi dicesse “Perché dovrei investire nella progettazione del mio Data Center?”, cosa gli rispondereste?
La domanda giusta non è se investire, ma se vuole proteggere server, licenze, storage o rischiare di vanificare i soldi investiti per un problema evitabile. La progettazione costa una frazione di quello che costerebbe un fermo prolungato o la sostituzione anticipata di un hardware danneggiato da condizioni ambientali sbagliate.
Avete progettato CED di aziende appartenenti a settori diversi. Quali esigenze cambiano tra un cliente e l’altro?
Le esigenze cambiano innanzitutto in funzione del ruolo che il CED svolge nell’attività del cliente. Non conta soltanto la sua dimensione: occorre capire quali conseguenze avrebbe un’interruzione del servizio, per quanto tempo possa essere tollerata e quali sistemi debbano continuare a funzionare anche durante un guasto o una manutenzione.
In un data center destinato alla gestione di servizi informatici, per esempio, diventano centrali la continuità dell’alimentazione, la separazione dei circuiti, la modularità degli UPS, la ridondanza del raffrescamento e la possibilità di intervenire su una parte dell’impianto senza arrestare i server. In una soluzione di medio-alta complessità da noi studiata abbiamo affrontato carichi termici variabili fino a circa 600 kW, prevedendo unità CRAH, produzione frigorifera ridondata, UPS modulari sostituibili a caldo, doppie alimentazioni e supervisione centralizzata degli impianti.
In ambito energetico-industriale, invece, abbiamo lavorato su quattro sale contenenti inverter di grande potenza a servizio di un campo fotovoltaico. Pur non trattandosi di un CED in senso stretto, le problematiche sono molto simili: elevata dissipazione termica, continuità di esercizio, prevenzione del derating delle apparecchiature e gestione dei flussi d’aria. In quel caso l’analisi ha evidenziato fenomeni di ricircolo dell’aria calda e assenza di ridondanza; il progetto ha quindi previsto una nuova organizzazione dei flussi, climatizzazione di precisione ed elementi ridondanti compatibilmente con gli spazi disponibili.
Cambiano quindi le priorità, ma il metodo rimane lo stesso: partire dai carichi reali, analizzare i possibili punti di guasto e progettare insieme impianti elettrici, raffrescamento, controllo, sicurezza e manutenzione. Un CED non è semplicemente una stanza climatizzata con alcuni rack: è un sistema integrato, e il livello di resilienza deve essere calibrato sulle conseguenze che un’interruzione avrebbe per quello specifico cliente.
Guardando ai progetti realizzati finora, quali sono gli elementi che accomunano i Data Center più efficienti e affidabili?
Direi tre cose, sempre le stesse. Primo, un progetto termico ben fatto fin dall’inizio, con corretta gestione dei flussi d’aria. Secondo, ridondanza reale sui sistemi critici, non solo sulla carta. Terzo, manutenzione programmata e monitoraggio costante, perché anche il miglior progetto senza controllo nel tempo perde efficacia.