C’è una gara in corso in Europa, e non se ne parla quasi mai: mentre l’attenzione resta tutta sull’intelligenza artificiale, sui chatbot, sui modelli linguistici, la vera partita si gioca altrove, nei terreni industriali alla periferia di Milano, nei capannoni climatizzati che spuntano lungo le grandi direttrici elettriche, nelle centinaia di richieste di allaccio che ingolfano le reti. È una gara a chi costruisce più in fretta i data center, e l’Italia, silenziosamente, sta risalendo posizioni.
Il traguardo, per ora, è Milano.
La città ha già superato Madrid e Varsavia nella classifica europea della potenza installata: 238 MW IT, in crescita del 34% in un solo anno, contro i 172 MW della capitale spagnola e i 142 di quella polacca. È il segnale che l’Italia non insegue più, ma inizia a dettare il passo. E dietro Milano, che da sola concentra circa il 68% di tutta la potenza installata nel Paese, si sta scaldando un secondo concorrente: Roma, con una ventina di progetti già in corsa, pronta a giocarsi un ruolo da protagonista anche a livello nazionale.
I numeri di questa gara fanno impressione.
Negli ultimi tre anni l’Italia ha attratto 7,1 miliardi di euro di investimenti in data center, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano. E il traguardo si sposta sempre più in avanti: per il triennio 2026-2028 sono già in griglia di partenza 83 nuovi progetti, presentati da 30 aziende, 19 delle quali arrivano in Italia per la prima volta, per un valore potenziale che supera i 25 miliardi di euro e una potenza complessiva di 874 MW IT. Il 2026, poi, segna un allungo netto: +15% di crescita, un ritmo a doppia cifra che, secondo l’ultimo report di BCS Consultancy, non ha eguali nel resto d’Europa.
Ma ogni gara vera ha un momento in cui il ritmo dichiarato si scontra con quello reale.
Dei 10,5 miliardi di investimenti che l’Osservatorio del Politecnico stimava tre anni fa, se ne sono materializzati solo 7,1: appena il 68%. Non è che il boom sia una bolla: è che tra l’annuncio in conferenza stampa e il taglio del nastro si frappone un ostacolo molto meno spettacolare dei miliardi, ma molto più concreto: l’energia.
Ogni nuovo data center è, prima di tutto, una richiesta enorme di potenza elettrica (per alimentare i server, certo, ma soprattutto per raffreddarli, mano a mano che i carichi di calcolo legati all’AI diventano sempre più densi) e qui la corsa rallenta bruscamente: le reti elettriche italiane faticano ad assorbire richieste di allaccio che si sono moltiplicate, i tempi autorizzativi restano lunghi e imprevedibili, e la vera classifica finale si scriverà nei prossimi anni proprio su questo terreno. Non a caso la pipeline complessiva di potenza in arrivo, tra cantieri e progetti pianificati, supera già i 2.000 MW: più di sette volte la capacità oggi installata nel Paese.
È questo, in fondo, il vero nodo della gara:
non chi annuncia il progetto più grande, ma chi riesce a progettarlo e portarlo a compimento nei tempi e con l’affidabilità che il settore richiede. Dietro ogni MW che entra in classifica c’è un lavoro di ingegneria impiantistica che raramente finisce sui titoli dei giornali, ma che è la vera condizione perché l’Italia continui a scalare posizioni invece di restare, come tre anni fa, indietro rispetto alle proprie stesse promesse.